IL RUBINO MERAVIGLIOSO - Manuela Lundi - UNREGISTERED VERSION

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IL RUBINO MERAVIGLIOSO

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IL RUBINO MERAVIGLIOSO


Viveva centinaia di anni fa, nella lontana città di Pietramala, un uomo chiamato Mastro Gergerio, che era espertissimo in due arti. Di giorno esercitava l'arte della sartoria, tanto bene che andavano a farsi cucire gli abiti da lui i nobili e i migliori mercanti della città, di notte praticava in segreto la magia e la negromanzia. Mastro Gergerio aveva preso come apprendista il figlio di un povero contadino, un giovane di nome Lionetto, sveglio, volonteroso, pronto a imparare tutto ciò che padrone gli insegnava.
Ma una volta Lionetto si svegliò nel cuore della notte, e avendo qualche sospetto si alzò e senza far rumore andò a guardare da una fessura cosa faceva il suo padrone: rimase tanto affascinato da quello che vide che anche la notte seguente fece finta di dormire, per poi alzarsi e stare a guardare gli esperimenti magici. Così prese a scrutare ogni notte nella stanza segreta di Mastro Gergerio, perché gli piaceva di più l'arte della magia che l'arte della sartoria.
Di giorno però Lionetto non imparava più nulla, e da accorto e preciso era diventato pigro e trasandato, tanto che Mastro Gergerio finì col riportarlo da suo padre.

Il pover'uomo si disperò e dopo poco riportò Lionetto da Mastro Gergerio, supplicando perché lo riprendesse come garzone, gli insegnasse la sartoria, e lo punisse se non si comportava bene.
Allora il mago lo riprese, ma Lionetto dava ancora meno l'impressione di imparare, non teneva nemmeno gli occhi aperti, così il mago lo prendeva a pugni e calci tutti i giorni, picchiandolo tanto che spesso lo faceva sanguinare. Ma Lionetto sopportava, e ogni notte da quella fessura guardava nella stanza segreta gli esperimenti del suo padrone.
A un certo punto Mastro Gergerio, convinto che il suo apprendista aveva il cervello bacato senza rimedio, non si curò più di nascondergli gli strumenti della negromanzia, pensando che chi non riusciva a imparare il mestiere di sarto, tanto meno avrebbe potuto imparare la magia nera, che era assai più difficile. Lionetto si mostrava tonto, ma era assai rapido nell'imparare l'arte segreta, tanto che dopo un po' di tempo aveva superato il suo maestro.
Un giorno che il padre di Lionetto venne a vedere a che punto era nel mestiere di sarto il suo figliolo, lo vide che anziché cucire portava l'acqua e la legna per la cucina, spazzava, faceva i servizi più umili, e ci rimase male, così lo riportò a casa.
Il contadino aveva speso molti soldi per mandare Lionetto in città, e rammaricandosi perché non aveva imparato l'arte della sartoria gli disse:
"Figlio mio, tu sai quanti sacrifici ho fatto perché tu diventassi sarto, e ora non mi ritrovo nemmeno un soldo da parte e non so come fare per andare avanti".
"Padre mio," rispose Lionetto, "prima di tutto voglio ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me, poi voglio che non ti preoccupi per il futuro anche se non ho imparato l'arte del sarto come desideravi, perché ne ho imparata un'altra che potrà servirci molto più di quella. Stai tranquillo, caro babbo, e vedrai che non è stato inutile mantenermi in città, e che presto questa casa non conoscerà più la miseria. Ora con l'arte negromantica mi trasformerò in un cavallo, e tu mi porterai alla fiera con sella e briglie, e mi venderai: ma sta ben attento a non dare a nessun costo le briglie al compratore, perché altrimenti non potrei tornare a casa e forse non mi vedresti mai più".
Così dicendo Lionetto si trasformò in un bellissimo cavallo e suo padre lo portò alla fiera, dove tutti lo guardavano ammirati per la sua bellezza e per le straordinarie prove di agilità.
Ma passò di là anche Mastro Gergerio, che si accorse che il cavallo nero era magico; così tornò a casa, si trasformò in mercante e dopo aver preso molti denari tornò alla fiera. Guardando il cavallo da vicino riconobbe il suo vecchio apprendista e chiese al contadino se voleva venderglielo. Quello disse di sì, e si accordarono per una somma di duecento monete d'oro, senza le briglie, ma il mago insistette tanto, e offrì al contadino altre monete d'oro, tante che lo convinse.


Così il mago prese il cavallo per le briglie e lo portò nella sua stalla, somministrandogli subito una violenta scarica di bastonate. Lo bastonava a sangue tutte le mattine e tutte le sere, tanto che il cavallo era ridotto in uno stato da far pietà.
Mastro Gergerio aveva due figlie che vedendo il loro padre così crudele ebbero compassione del povero animale, e ogni giorno andavano nella stalla e gli facevano tante carezze. Una volta poi,lo presero per la cavezza e lo portarono al fiume per dargli da bere, ma appena il cavallo fu vicino all'acqua si trasformò in un pesce tonno e si tuffò nelle onde.
Le figlie del mago si spaventarono e tornarono a casa piangendo a dirotto.
Quando il mago tornò andò subito nella stalla per bastonare come ogni sera il cavallo, e non trovandolo si infuriò, ma entrato in casa vide le sue figlie tutte disperate, e disse:
"Non abbiate paura, raccontatemi cosa è successo col cavallo e cercherò un rimedio".
Appena le figlie gli ebbero detto che il cavallo si era trasformato in un pesce tonno, il mago corse in riva al fiume e tuffandosi si trasformò in un pesce squalo che cominciò a rincorrere il tonno per divorarlo. Il pesce tonno nuotava veloce ma lo squalo gli era sempre dietro, cercava di nascondersi tra le canne e nelle grotte acquatiche, ma lo squalo riusciva sempre a trovarlo. A un certo punto il tonno, avendo paura di essere divorato, si avvicinò alla sponda e trasformandosi in un preziosissimo rubino saltò fuori dall'acqua e si lasciò cadere nel cestino di una damigella, che raccoglieva le più belle pietruzze di fiume per donarle alla figlia del re.
La principessa, che si chiamava Lucilla, quando vide il prezioso rubino rimase estasiata, lo fece incastonare in un anello d'oro e se lo mise al dito. Il rubino le piaceva tanto che lo tenne al dito anche quando andò a letto.
Nel cuore della notte Lionetto riprese la sua forma umana e vedendo la bellissima fanciulla addormentata l'accarezzò.

Lucilla si spaventò e voleva urlare, ma lui le mise una mano sulla bocca, poi si inginocchiò e la supplicò di aiutarlo.
"Non credere, mia bella principessa," disse, "che io sia venuto qui per farti del male o per rapirti, sappi che la mia vita è in pericolo a causa di un maledetto mago negromante, e che ora tu puoi perdermi o salvarmi. Ti prego, ascolta la mia storia".
Così le raccontò di quando anziché imparare l'arte del sarto aveva imparato l'arte magica, poi come il padre lo aveva venduto dimenticando che doveva tenere le briglie, della crudeltà del mago che voleva farlo morire di stenti e di bastonate e delle due fanciulle che lo avevano portato al fiume. Le raccontò che si era trasformato in tonno e che aveva rischiato di essere divorato dal mago in forma di squalo, poi le disse che la sua fortuna era stata quella di trovarsi nel cestino che era arrivato nelle sue mani.
La principessa si commosse sentendo questa storia favolosa, ed era ammirata dalla bellezza di Lionetto, perciò dopo averlo ascoltato gli rispose:
"Anche se la tua storia sembra incredibile io credo che sia vera, perché hai toccato il mio cuore, e anche se non avresti dovuto venire da solo nella mia stanza, dove il re mio padre ti ucciderebbe, voglio aiutarti, purché tu ti comporti da buon cavaliere".
Lionetto la ringraziò e rientrò nel rubino, che lei ripose dove teneva le sue cose più care, e quando poteva andava a trovarlo: Lionetto riprendeva la forma umana e stava a conversare dolcemente con lei.



Accadde in quel tempo che il re si ammalò gravemente, e tutti i medici che lo avevano visitato dicevano che purtroppo non esistevano rimedi.
Venne a saperlo Mastro Gergerio, che si vestì da medico e andò al palazzo reale, fu introdotto nella camera del re, lo guardò bene, gli sentì il polso, e infine gli disse:
"Maestà, si tratta di una malattia grave e pericolosa, ma presto sarai guarito, perché io ho un sostanza che in poco tempo cura tutte le malattie. Sta' contento signore, e non aver paura".
Disse il re: "Maestro, se tu mi liberi da questa malattia, ti ricompenserò in modo tale che sarai felice per il resto della vita".
Il medico allora gli disse che non voleva né danari né terre, ma una sola cosa. "Non voglio altro come ricompensa", concluse, "che quel rubino legato in oro che ora si trova tra i gioielli di tua figlia".
Stupito perhé chiedeva una cosa così piccola, il re gli promise che gliela avrebbe data, e Mastro Gergerio in pochi giorni lo guarì.
Il re allora fece chiamare Lucilla e le ordinò di andare a prendere tutti i suoi gioielli. Lucilla obbedì, ma non portò il rubino che amava tanto, e Mastro Gergerio si lamentò perché mancava proprio la gemma che gli era stata promessa, lei negava di averla mai avuta, ma il medico insisteva.
Allora il re lo congedò, assicurandogli che il giorno dopo avrebbe avuto la pietra, poi richiamò sua figlia e le chiese dolcemente dove teneva il rubino, ma ottenne come unico risultato che lei si mise a piangere continuando a negare di averlo.
Lucilla piangendo si chiuse in camera sua, e tenendo fra le mani il rubino lo baciava e lo carezzava, maledicendo l'ora in cui era apparso quel medico maledetto. Vedendo i suoi occhi pieni di lacrime e sentendo i suoi sospiri il rubino si commosse, e riconoscendo quanto bene gli voleva riprese la forma umana e disse:
"Mia principessa adorata, alla quale devo la vita, non piangere, non sospirare per me che ti appartengo come questo anello. Col tuo aiuto e con la mia arte confido di non cadere nelle grinfie di quel medico, che deve essere proprio il mio nemico mortale, visto per avermi in suo potere rinuncia a qualunque ricompensa. Non dovrai più disobbedire all'ordine di tuo padre, domani mi porterai al mago, ma anziché mettermi nelle sue mani fingerai di essere in collera e togliendomi dal dito mi lancerai violentemente contro il muro, e poi lascia fare a me".
Il giorno dopo Mastro Gergerio si ripresentò al re che gli disse che sua figlia negava di avere il rubino, ma il mago insisteva e il re la mandò a chiamare e le disse:
"Lucilla, tu sai che solo per merito di questo medico io sono guarito, e per ricompensa lui non vuole terre né tesori, ma solo il tuo rubino. Credevo che tu mi volessi tanto bene da essere disposta a dare per me il tuo sangue, non solo un rubino. Per il bene che ti voglio, non rifiutare di dargli quello che chiede".
La principessa allora andò in camera a prendere il rubino e lo mostrò al mago, che esclamò: "Eccolo!", e fece per afferrarlo.
Ma la principessa disse: "State indietro Maestro, perché vi toccherà!", e tenendo in mano sua il rubino disse: "Siccome è proprio questo il rubino caro e gentile che cercate, ve lo do per obbedire al padre mio, anche se perdendolo io sarò infelice per tutta la vita", e così dicendo scagliò il rubino contro il muro.

Appena cadde sul pavimento il rubino si trasformò in una bellissima melagrana, si aprì e fece rotolare i suoi chicchi dappertutto.

Il mago vedendo questo si trasformò in un gallo, e si mise a beccare tutti i chicchi della melagrana per divorare Lionetto, ma un grano si nascose e il mago non riuscì a vederlo. Appena fu il momento adatto il chicco si trasformò in una volpe agile e astuta, si accostò al gallo, lo afferrò al collo e lo uccise, divorandolo davanti al re e alla principessa.
Mentre il re vedendo queste cose era rimasto incantato, Lionetto riprese la forma umana, gli raccontò tutta la sua storia e ottenne la mano della principessa Lucilla con la quale visse a lungo in gioia e prosperità, dopo aver reso ricco suo padre.



di Gianfrancesco Straparola

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